Il Santo Marrano

Il 1492 non è solo l’anno della scoperta dell’America, ma anche l’anno in cui prendono vita le vicissitudini dei personaggi de Il santo marrano (Pungitopo, pp. 128, €14,00), l’ultimo romanzo del giornalista Giuseppe Sicari. Ma chi è questo “santo marrano”? Altri non è che Sant’Angelo, il patrono della cittadina di Licata, luogo della narrazione.

Qui incontriamo il tenente Angelo Maniscalco, che rivolgendosi al lettore come se gli stesse innanzi, lo accompagna per tutta la narrazione raccontando i fatti che sconvolgono la tranquilla vita quotidiana del centro agrigentino. Abituato ad occuparsi di sparizioni di fichi dagli orti dei nobili, o di «voluminosi cilindri fecali» depositati davanti alla banca di don Matteo Marsala, il nostro Maniscalco ad un certo punto si troverà davanti ad uno sconvolgente caso di omicidio.

Infatti, la vittima, un uomo, verrà ritrovata infatti senza i genitali, e ciò sembrerebbe implicare un movente di carattere passionale… Ma quello che renderà ancora più intricato il ritrovamento di questo cadavere sarà la sua identità: all’inizio sembra che si tratti di un qualunque bazzariotu, un venditore ambulante, ma i progressi delle indagini porteranno il tenente a scoprire un’altra verità.

Il resto puoi leggerlo qui.

Il ponte di fango

Tutto ha inizio il 1° ottobre del 2009: sono le 16, e nella periferia sud di Messina sta per scatenarsi una delle più violente alluvioni di sempre, una tragedia che lascerà il suo segno nella memoria di quanti quel giorno videro con i propri occhi cosa significa perdere tutto in un attimo, parenti, amici e ricordi di una vita [1].

Così prende il via Il ponte di fango (Laruffa Editore/Lc Editori, pp. 220, €13,00) di Raffaele Lindia, talentuoso scrittore calabrese che vive da anni nella Città dello Stretto, che ci regala un bel romanzo e, ripercorrendo gli attimi successivi all’alluvione di Giampilieri (la frazione più colpita dalla calamità), fornisce una visione della gravità della malattia di cui soffre l’Italia, dove istituzioni, imprenditori e politici hanno come unico interesse quello di accumulare sempre più potere, e lo fanno avvalendosi di indispensabili amicizie criminali.

Potremmo definire Il ponte di fango un’opera corale, perché molteplici sono i protagonisti e molteplici le loro storie che, a poco a poco, come i tasselli di un puzzle, si uniscono fino a fornire un’agghiacciante verità. Tra l’altro, alcuni dei personaggi di quest’ultimo lavoro erano presenti anche nei due romanzi precedenti di Lindia, La moglie del sindaco e La stanza del rettore, come a voler creare una trilogia con un unico filo conduttore: i poteri occulti che muovono le redini di una città.

Il resto qui.

Una vita in prestito. Come D.I.A. Comanda (Laruffa Editore, pp. 170, € 10,00) del sostituto commissario Francesco Saverio Di Lorenzo è la storia della dedizione totale di un uomo al proprio lavoro, un lavoro che spesso sembra annullarti come individuo, che ti proibisce di avere una vita al di fuori di esso e ti fa essere “solo” un poliziotto, ma che nonostante tutto fa sentire la difesa della legalità come l’ideale più importante per cui bisogna battersi.

Il protagonista è un uomo del Sud che, pieno di speranza ed entusiasmo, è entrato nella Polizia di Stato, convinto di trovarsi nel luogo dove si difende il rispetto della legge e la sicurezza dei cittadini, ma a poco a poco si trova davanti un’altra realtà colma di amarezza e insoddisfazione per il disconoscimento dei suoi meriti professionali, per poi scoprire che va avanti chi ha le spalle “coperte”, per l’incomprensione dei suoi superiori.

In un clima così non è facile lavorare, né essere motivati, e la situazione peggiora quando si viene catapultati in un commissariato di periferia, in cui i poliziotti sono visti come nemici, qualcuno da ostacolare, soprannominati “guardie infami” o “servi dei padroni”.
«Epiteti duri da digerire, scritte offensive e denigranti [...] che colpivano l’intimo del singolo poliziotto, l’unico ad essere veramente sacrificato all’interno di un gioco viziato da pregiudizi e rappresentazioni della realtà il più delle volte strumentali».

Il resto, come sempre, è qui.

Il Grinta

Mettete insieme i fratelli Coen e Jeff Bridges e state sicuri che io andrò a vedere il film.
Così ho fatto ieri sera quando sono andata a vedere Il Grinta, l’ultimo film dei fratelli Coen, pluricandidato agli ultimi Oscar, ma di cui non ne ha vinto neanche uno.
Il film è un western, ed è il rifacimento dell’omonimo film del 1969, che vede il mitico Jeff Bridges, Matt Damon e la promettente Hailee Steinfeld nei panni che furono rispettivamente di John Wayne, Glen Campbell, Kim Darby (ammetto di non conoscere minimamente gli ultimi due…).
Io di solito non sono attirata dai Western, ma questi per i motivi di cui sopra non potevo non vederlo.
La storia è quella di Mattie, una ragazzina di 14 anni molto matura per la sua età, che all’uccisione del padre cerca vendetta, e lo fa ingaggiando un burbero sceriffo che ha la fama di essere molto grintoso, Reuben J. “Rooster” Cogburn detto “Il Grinta” appunto.
Ai due si unisce il cialtrone LaBoeuf un Texas Ranger, interpretato da un bravo Matt Damon, che viene chiamato dal Grinta sempre “LaBeef”… :-D
Non racconterò qui tutta la storia per evitare di spoilerare a chi non ha visto il film, me dirò che sebbene ci siano due attori del calibro di Bridges e Damon, la piccola Steinfeld ruba la scena per la sua bravura, il suo personaggio spesso ragiona in modo più adulto dei due “navigati” co-protagonisti, e gli scambi di battute tra i tre sono davvero divertenti.
Che dire del Drugo? Bridges è fenomale, adoro questo attore, come vedrete il suo personaggio avrà un’evoluzione durante il film, dall’essere quasi infastidito dall’avere attorno quella ragazzina, alla fine qualcosa cambierà e si intenerirà anche lui. Molto bella la scena finale del film.
Tra polvere, sole accecante e pistolettate Il Grinta grazie ai bei personaggi di Mattie e di Cogburn è molto di più del classico western.

Lo scorso 4 febbraio a Messina si è discusso finalmente un argomento di grande importanza individuale, ma da sempre trascurato da chi ci governa (troppo impegnato a fare altro): quello del diritto alla libertà di cura.

In un dibattito dal titolo “Sapere e potere scegliere. Il testamento biologico tra informazione e libertà di cura”, nel Salone degli Specchi della Provincia Regionale la cittadinanza messinese ha avuto il piacere di incontrare Beppino Englaro, padre di Eluana, la ragazza che per 17 anni è stata costretta su di un letto da uno stato vegetativo permanente e che solo il 9 febbraio 2009, dopo una lunga lotta del padre per far rispettare la volontà della figlia, è stata liberata dalla disumanità di quella condizione.

Promotore dell’iniziativa è stato il Comitato per la Libertà di Cura e la Ricerca Scientifica, che per tutto il 2010, nell’indifferenza totale della stampa cittadina, ha raccolto le firme affinché anche a Messina, come già in molte altre città italiane, fosse istituito un Registro per il Testamento Biologico, uno strumento a disposizione dei cittadini per poter garantire la propria volontà in materia di trattamento medico (somministrazione di farmaci, sostentamento vitale, rianimazione, etc.) anche quando non si è in grado di comunicarla.

Il resto lo trovate qui.

“Pace”, di Graziano Delorda

Divertente. Se dovessimo scegliere un aggettivo per descrivere Pace (Pungitopo, pp. 164, € 12,00), il primo romanzo del messinese Graziano Delorda, è proprio questo. Leggendo questo libro il lettore si farà non poche risate, così come certamente se le sarà fatte lo stesso autore durante la stesura del romanzo. Il titolo riprende il nome di una località della Riviera Nord di Messina, il Villaggio “Pace”. Qui si consumeranno le marachelle di Gabriele Germanà, il protagonista, assieme al gruppo di “simpatiche canaglie” (e un po’ teppistelli…) dei suoi amici.

Gabriele ha sette anni quando i suoi genitori decidono di lasciare Roma per tornare nella loro terra d’origine andando ad abitare, appunto, al Villaggio “Pace”. Già deve essere strano trasferirsi dalla capitale a Messina, figuraratevi andare a vivere in una zona decentrata della città. La famiglia Germanà, una famiglia medio-borghese, si troverà in un contesto diverso da quello abituale, immerso nelle case popolari, con persone più semplici, ma non per questo sarà difficile integrarsi. Il fatto poi che il padre del protagonista abbia scritto “Dott.” davanti al nome nella targhetta al portone di casa darà luogo a simpatici equivoci che porteranno il vicinato a chiedere consigli di salute al “Dottor Germanà”.

Il resto lo trovate qui.

La scorsa settimana (3 e 4 febbraio 2011) ho avuto il privilegio e l’onore di conoscere un grande uomo, uno di quelli che ti invoglia a continuare a lottare per le cause che ritieni giuste nonostante le difficoltà. Quell’uomo è Beppino Englaro.
Non avevo un’idea precisa su come sarebbe stato quest’incontro, ma all’aeroporto di Catania non appena lo abbiamo visto venirci incontro con un sorriso ho capito che sarebbe stata un’esperienza emozionante.
Non parlerò qui del tema per cui abbiamo invitato Beppino a Messina, e cioè “La libertà di cura e di ricerca scientifica”, anche perché potrete leggere il lungo resoconto che scriverò per Excursus, ma parlerò delle mie impressioni sulle due giornate con questa persona straordinaria.
Appena incontrati Beppino ha subito detto che dovevamo darci del Tu, e credetemi non è stato per niente difficile.
Ci siam sentiti subito tutti a nostro agio, Beppino ci ha chiesto cosa facevamo nella vita, e poi ci ha chiesto della nostra iniziativa, e quando ha voluto sapere da chi eravamo patrocinati, io e Saro ci siam messi a ridere, perché la verità è che nessuno ci ha aiutati, anzi per un anno noi abbiamo raccolto nell’indifferenza generale le firme per l’istituzione di un registro comunale per il testamento biologico, e la stampa si è interessata a noi soltanto quando hanno saputo che sarebbe venuto Englaro…Ed è stato allora che abbiamo ricevuto un grosso regalo, Beppino ci ha raccontato che per vari motivi negli ultimi mesi non aveva preso parte a nessun evento, però non si è sentito di dire No a Saro (nonostante i due non si conoscessero), ha seguito il suo istinto, che ci ha detto segue sempre, e ha deciso di venire a Messina.
Personalmente quelle parole mi hanno riempito il cuore!

Beppino è una persona di grande compagnia, con un carattere forte e deciso, senza i quali non credo avrebbe resistito in questi anni…Quello che salta subito agli occhi è il grande rispetto che ha verso gli altri, verso chi la pensa diversamente, rispetto che non ha ricevuto in cambio da chi in questi lunghi anni gli è andato contro.
Nel suo libro, La vita senza limiti, scrive di non essere un eroe, ma solo un padre.
Beh, per me un uomo che per 17 anni anni ha lottato per esaudire la volontà della figlia, sentendosi chiamare assassino (della propria figlia!!!), nazista, e quanto di più cattivo la gente ignorante riesce a dire, e una volta riuscitoci non ha smesso ma ancora oggi conduce la sua battaglia affinché TUTTI abbiano la libertà di scegliere, per me questo è essere EROI!
La forza di quest’uomo è davvero invidiabile, non è da tutti fare quello che lui ha fatto. Avrebbe potuto “sbrigarsela” da solo, nella privacy della sua casa, come addirittura qualcuno gli aveva consigliato, ma non era da lui, Beppino voleva rispettare la volontà della figlia agendo nella legalità, in piena facoltà dei proprio diritti.
Venerdì 4 febbraio ha avuto luogo un dibattito sul testamento Biologico dal titolo : “Sapere e potere scegliere. Il testamento biologico tra informazione e libertà di cura”. Ospite d’onore era proprio Beppino Englaro, le tv locali non hanno perso l’occasione di intervistare un personaggio del suo calibro, nonostante a noi Comitato per la libertà di cura non avessero mai dato spazio nell’ultimo anno…

Quello che mi ha lasciato molta amarezza è stata la scarsa partecipazione dei messinesi, che non si sono smentiti per il loro scarso interesse verso le tematiche che li circondano, presi dalla solita routine, e presi spesso dal nulla…Ma soprattutto dov’erano i giovani?? Questa domanda se l’è posta anche Giusi Venuti, ricercatrice dell’Università di Messina, che ha fatto un bellissimo intervento trattando il tema della libertà di cura dal punto di vista filosofico. Dov’erano i giovani che dovrebbero essere il futuro di questo paese che futuro non ha?
Quello che bisogna combattere prima di tutto durante queste iniziative è l’indifferenza della gente, se noi tutti non ci svegliano e prendiamo in mano le redini delle questioni che ci interessano, le cose in Italia non cambieranno mai, e saremo circondati sempre e solo da bunga bunga & co…
Per fortuna l’incontro con Beppino organizzato dal Circolo Pickwick la sera prima è andato diversamente, la libreria era piena e interessata, e c’è chi mi ha detto che a distanza di giorni i gestori della libreria parlano ancora con entusiasmo della serata del 3 febbraio.

Che dire, Beppino Englaro è stato una sorta di regalo per chi come me e come tanti altri crede ancora nei valori quali la libertà e il rispetto, Beppino è l’esempio vivente che le cose si possono cambiare, l’importante è non mollare e andare dritti per la propria strada.
Io non dimenticherò mai questi due giorni, grazie Beppino per tutto quello che ci hai lasciato!

Concerto a Berlino

Si legge tutto d’un fiato l’ultimo romanzo della giornalista Francesca Viscone, Concerto a Berlino (Città del Sole Edizioni, pp. 116, € 10,00), un bellissimo racconto che, siamo certi, colpirà molto i giovani del Sud di oggi, i cui destini sembrano uguali a quello di Piera, la protagonista, quasi a volerci ricordare che la storia non è ancora cambiata.

Concerto a Berlino è ambientato negli anni Ottanta, Piera è nata a Castelluccio, un piccolo paese-presepe calabrese. La descrizione del luogo, merito anche di alcune favole inserite durante la narrazione, ha un qualcosa di magico e fiabesco per i bambini, i quali sono liberi di girare per le viuzze della cittadina senza paura e vivere in maniera spensierata la propria fanciullezza. Ma non è tutto oro quello che luccica, e il luogo incantevole dell’infanzia può trasformarsi in una tenaglia non appena si cresce: «Ormai sei una signorina, mi sgridavano. Sembrava che volessero far intendere che ero morta. Crescere non significava essere finalmente padrona di sé. Non era la conquista della libertà, ma una rinuncia definitiva».

Vengono allora a galla i contrasti del nostro Sud, territorio molto bello in cui vivere ma che può diventare una “gabbia” specialmente per le donne, costrette a sottostare a una morale antica. La conseguenza è lo svuotamento dei piccoli centri, che divengono adatti solo ad una popolazione di anziani. I giovani sognano «cinema, teatri, concerti, milioni di persone intorno a noi e allo stesso tempo l’anonimato. Non essere nessuno significava essere liberi da ogni sguardo, da ogni giudizio».

Il resto come sempre lo trovate qui. ;-)


Vallanzasca-Gli angeli del male è un film del 2010 diretto da Michele Placido che racconta la vita del criminale Renato Vallanzasca.
Prima di vedere questo film ammetto che non sapevo quasi nulla di Vallanzasca, quindi sono poi uscita dal cinema con un’idea quasi romantica di questo criminale, un uomo che commetteva i suoi crimini non in maniera spietata, che evitata il conflitto a fuoco se non per difendersi, che faceva le rapine col sorriso.
Incuriosita da questa storia ho letto un pò di cose sulla sua vita, e quello che leggevo contrastava con la biografia romanzata che ne ha fatto Placido. Per esempio, anche se solo dopo parecchi anni, lo stesso Vallanzasca ha ammesso l’atroce delitto dell’ex amico e compagno di banda Massimo Loi, che Vallanzasca uccise in prigione perché questi lo aveva tradito e aveva iniziato a collaborare con la polizia. Massimo Loi venne ucciso con ripetute coltellate al petto, venne decapitato e addirittura si dice che poi abbiano giocato a calcio con la sua testa…Questo omicidio è ripreso in parte nel film, ovviamente in una maniera più “soft” e risparmiandoci dettagli raccapriccianti. Ma questo per far capire che il “Bel Renè” era capace di atrocità…Lo stesso Vallanzasca durante un’intervista su Radio24 del film disse “E’ un bel film, poteva essere un capolavoro. Non mi pare dia un senso esatto di quello che sono (…) Ho visto solo pezzi e letto la sceneggiatura, ma una volta ho detto a Michele : mi sembra di essere un matto scatenato che non va a letto se non ha fatto disastri e non si alza se non è stato almeno con tre donne. Questo non sono io“.
Nonostante questa personale visione della figura del Bel Renè, il film di Michele Placido è un gran bel film con un ritmo incessante e pieno d’azione, con un’azzecatissima colonna sonora merito dei Negramaro, ben girato ma soprattutto ben recitato. Il protagonista assoluto è il bel (lissimo) Kim Rossi Stuart, che ha partecipato anche alla sceneggiatura, mostruosamente bravo nei panni di Vallanzasca tanto da essere capace di spiegare il perchè le persone all’epoca fossero ossessionate da quell’uomo carismatico che addirittura riceveva in carcere centinaia di lettere dalle “ammiratrici”. L’interpretazione di Kim Rossi Stuart dona a Vallanzasca sfumature ironiche e sensuali che inevitabilmente rendono simpatico il criminale al pubblico.
Concludo dicendo che Vallanzasca – Gli angeli del male è un ottimo esempio di buon cinema italiano, un film di genere, un noir, lontano dalle solite commediole romantiche a cui ultimamente ci ha abituato il cinema di casa nostra.

Che bella giornata

Non l’avrei mai detto, ma la scorsa settimana, incuriosita dal notevole successo ottenuto dal film, sono andata a vedere Che bella giornata.
Film del 2011 diretto da Gennaro Nunziante, Che bella giornata ha per protagonista Checco, interpretato dall’ormai famoso comico pugliese Luca Medici in arte Checco Zalone.
Checco è un ragazzotto ignorantello e sempliciotto che sogna di diventare carabiniere, ma puntualmente viene bocciato…chissà perché…
Checco non ama lo studio, pensa sia una perdita di tempo perché tanto in questo Paese non serve…Come dargli torto?
Quello che serve è invece avere amici e parenti influenti che con le loro conoscenze possono facilmente trovarti un lavoro.
Che bella giornata è l’esatta descrizione di come funzionano le cose in Italia. Il film è abbastanza divertente, riesce a farti passare due orette in allegria, ma quello che ti lascia dopo è l’amarezza per il tipo di realtà che viviamo in Italia.